Pasolini sull’aborto: una critica

Ai più ottimisti l’aborto potrebbe sembrare già una questione chiusa, data la sua legalizzazione nel 1978. Eppure trovo l’intervento di Pasolini sulla questione ancora degno di nota.
Andare a difendere il diritto all’aborto oggigiorno potrebbe sembrare quasi come sparare sulla Croce Rossa: pare la posizione facile da assumere, mentre chi è fermamente contro resta una minoranza che strilla. Talmente accettato, che un governo conservatore come quello attuale rassicura, a gattoni, a stenti, e forse incrociando le dita dietro la schiena, di non voler “toccare” la legge 194.
D’altra parte, una ministra il cui compito è quello di “tutelare le famiglie” che dichiara <<purtroppo l’aborto è un diritto>> o peggio ancora, il ribaltamento della sentenza Roe contro Wade negli USA tanto per fare un altro esempio, suggeriscono che temi di questo genere sono sempre vivi e attuali, e vanno sempre discussi.
 
Premetto che pur non conoscendo appieno le opere di Pasolini e quindi non essendo abituato al suo pensiero, ho fatto del mio meglio per comprendere le parti più ambigue del discorso, che va ben oltre l’aborto in sé e nasconde certi punti di riflessione.
So bene che Pasolini non è minimamente paragonabile al vuoto intellettuale del Congresso Mondiale delle Famiglie (e soci simili, che amano strumentalizzare il discorso per trarre acqua al proprio mulino) ma la sua posizione resta un neo, e non c’è da disperarsi o inneggiare alla damnatio memoriae. Facendo finta che il re non sia nudo, non facciamo un favore a queste salme consacrate. Anzi, a chi ha cura di conservare il mito di una persona, dico questo: reinserire i “grandi della storia” nella loro umanità, con tutti i difetti, i vizi, e le passioni, è il corretto modo di custodire il loro ricordo, se per voi è così prezioso come dite, e volete evitare (presumo con speranza, dal vostro interesse) di vendere un santino ripulito da imperfezioni. O più semplicemente, si possono apprezzare le opere di qualcuno senza essere in totale sintonia con il loro pensiero, altrimenti dove finirebbe la critica?
Come mia ultima “giustificazione”, dico che tratterò l’articolo in quanto tale: è stato pubblicato nel 1975 su Il Corriere della Sera, e intendo calarmi proprio in quel contesto. Non come un chissà quale esperto che ha letto ogni cosa dell’autore, ma come un curioso che ha acquisito qualche familiarità con il suo pensiero per garantire un confronto quanto più intellettualmente onesto possibile.

I punti di forza

La prima accusa che si legge è quella che il partito radicale (con cui da circa 2 anni aveva intrapreso una relazione di confronto amichevole), lottando per l’abrogazione del divieto di abortire, per la prima volta stava adottando l’ipocrisia tipica borghese di favorire la maggioranza. Ipocriti, sì, perché dal punto di vista di Pasolini garantire questo diritto rientra nel gioco della società dei consumi. Insomma, col progresso si sta andando avanti, ma che colori ha questo “avanti”, la meta? In questa intervista dice: <<nel momento in cui la donna comincia a emanciparsi e quindi comincia a dare un impulso nuovo alla famiglia, […] è tutta l’umanità che invece regredisce e peggiora. Nel momento in cui la donna si emancipa, si trova a vivere in un’umanità deteriorata, peggiorata, appunto dalla società consumistica>> quindi ecco la chiave per capire il suo punto di vista e il suo pessimismo verso le battaglie per i diritti civili.

La persona che va “avanti” si ritrova in un mondo già temuto anni fa, e oggi consolidato: quello del realismo capitalista.

Questo è un punto che effettivamente trovo legittimo: talvolta il regime neoliberale adotta certe battaglie giuste nella speranza di trovarci un guadagno, spesso nuocendo al loro messaggio e ridicolizzandolo, riducendolo a un mero sfoggio di pubblicità, sponsor, eccetera. Questa è la realtà del cosiddetto “capitalismo rosa”, che è riuscito a trovare una fonte di guadagno anche nell’anticapitalismo: va di moda criticare il mercato? Bene: c’è mercato anche per quello. La borghesia fa buon viso a cattivo gioco, permettendo solo ciò che è certo che non sia una minaccia allo status quo, e in questo Pasolini non ha certo torto. <<Del resto le “élites” sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze)>>.

Trovo però che questo ragionamento sia disfattista: notare questa ipocrisia è saggio, ma rifiutare il progresso così inteso (contaminato dalla borghesia) significa fare un capriccio in nome di qualche purezza ideale. Capisco bene il sentimento che “se non sono liberi tutti, nessuno è libero”, ma questa grande conquista non avviene in una notte, ma con una marcia continua. Non facciamo un favore a nessuno a “rifiutare” questo panem et circenses offerto dalle élite, se non le élite stesse.

Intanto nell’articolo si vede emergere pian piano la questione protagonista della sua argomentazione, e proprio questa differenzia il testo da altre critiche antiabortiste.

Scrive così: << l’aborto legalizzato è infatti […] una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito -l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli>>

Pasolini conosceva bene i suoi destinatari: i lettori borghesi del Corriere, gente tipicamente ben abbiente. Contestualizzato così, si fa ben più chiaro l’intento provocatorio: fa sorridere l’immagine di un tale elegante con la sua democristiana cravatta che gustando il suo caffè, legge il titolo e si compiace, magari convinto che l’autore sia dalla sua parte, e invece più avanti si ritrova a leggere righe come <<tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto.>> e più in là, un’agguerrita difesa: <<sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie1>>. Un esempio contemporaneo è come il sito Provita & Famiglia fa uso dell’autore, difatti, forse abbastanza svegli da avere una minima auto-consapevolezza, premettono: <<Chiaramente non condividiamo tutto quel che Pasolini scrisse in questo pezzo. Ma vogliamo solo mostrare come, pur con argomentazioni rigorosamente laiche, è possibile essere contrari all’aborto.>> e le loro scelte di mettere in grassetto solo certi passaggi sono un silenzio molto eloquente.

Ma almeno a Pasolini possiamo invece concedere di essere stato coerente, incoraggiando l’uso di contraccettivi al fine di evitare l’aborto (cosa che, per una corrente che dichiara di avere cara la vita delle persone, dovrebbe essere il loro primo interesse): <<[…] anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc’ ecc’. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso […] e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato>>.

Al centro della questione: i problemi

La parola chiave dell’intero articolo è il coito. Istituzionalizzare l’aborto, per Pasolini, significa anche legittimare il coito eterosessuale, ossia ciò che è logicamente precedente. Già mi sono espresso sul punto che la preoccupazione del popolo consumatore (in questo caso la coppia) è giusta, ma semplicemente mal posta. È amaro come in un tema così strettamente legato alla sfera della donna, si parli così poco della sua figura. Pasolini afferma come concedere questo diritto protegga “la coppia”, ma questa rimane una figura astratta: a volte la coppia nemmeno esiste. Quanti i casi di stupro, quante le violenze, quante le coercizioni, che precedono il coito? Ma non serve nemmeno pensare ai casi peggiori per affermare che, qualunque sia la circostanza, una donna debba essere agente morale del suo corpo, senza coinvolgere l’uomo, senza indurre sensi di colpa né prima né dopo l’operazione e per carità, senza obiettori di coscienza. Per concludere dunque, mettere in ballo proprio il coito è una falsa equivalenza, che eclissa la figura della (realmente) diretta interessata.

Di questo discorso, come scritto sopra, si salva l’originale provocazione alla coppia consumatrice, normalizzata e ritenuta sana, ritenuta ben lontana moralmente da quelli definiti allora “deviati”.

Per il resto, si può notare come Pasolini sia sempre stato un pesce fuor d’acqua, già antico ai suoi tempi, che canta di una nostalgia per un passato mai esistito fatto di matrimoni allegri e una coppia libera e “benedetta”, e un tale ricordo in chiave così positiva e bucolica (per quanto sia ben documentato il rapporto che ebbe con le pure e innocenti campagne) è semplicemente incorretto. 

Tra le righe però emerge qualcosa di dolcemente egoista ed infantile, un aspetto biografico sacrilego per ProVita e soci ma che non si può ignorare se si desidera capire il suo punto di vista.

Quello che il progresso minacciava di strappare via da Pasolini era quell’ambiente costituito da campagne e borgate che frequentava. Il neoliberalismo avrebbe per sempre deturpato quell’oasi, e la modernità si sarebbe portata via anche i puri giovinetti con cui aveva a che fare. Lascio parlare l’autore di Pasolini contro Pasolini, Nicola Mirenzi:

Trovava i «corpi senz’anima» che cercava nelle borgate alla periferia di Roma, lontano dalla borghesia, tra quei ragazzi del popolo che erano pronti a darsi anche a un omosessuale, senza che ciò scuotesse la loro identità, scatenando crisi di coscienza. […] Per Pasolini, i ragazzi di borgata erano ragazzi liberi, non toccati dal demonio della borghesia, che appena fai una cosa ha l’ansia di catalogarti in uno schema: sei omosessuale, bisessuale, fissato, sei perverso, sei questo, sei quello. Pasolini desiderava i borgatari perché facevano ogni cosa con allegria e non conoscevano il nome dell’atto che compivano. Inseguiva la purezza per avere la possibilità di lordarla, per questo a Pasolini è impossibile avere un rapporto con lo stesso ragazzo per più di una volta.

Ho aperto l’articolo dicendo di voler combattere chi riduce un autore del suo calibro (e non soltanto lui) a una spiegazione superficiale, spesso con una sola parola; riassumere la sua intera critica a come visse i rapporti erotici sarebbe disonesto (e sì, anche omofobo), ma omettere questo dettaglio sarebbe altrettanto disonesto. Dunque, il nesso tra questa informazione e il suo timore per il progresso è così spiegato nelle pagine successive2:

Cos’era successo? Il boom economico aveva reso i ragazzi che amava Pasolini indisponibili ai rapporti sessuali con lui e con gli altri uomini. Questo per due ragioni. La prima è che non avevano più bisogno di soldi. La seconda è che la libertà sessuale consentiva loro di avere rapporti sessuali con le ragazze. […] Con le parole [Pasolini] attacca il neo-capitalismo distruttore dell’umile Italia, ma in realtà la cosa che veramente lo toccava era la perdita del sesso che la civiltà contadina gli assicurava.

Questa interpretazione trova forza anche nel come Pasolini termina il suo articolo, perché nella sua sincerità scrive: <<molti – privi della virile e razionale capacità di comprensione – accuseranno questo mio intervento di essere personale, particolare, minoritario. Ebbene?>>

“Ebbene?” Le reazioni.

Il tema dell’aborto era già sulla bocca di tutti da molti anni prima della pubblicazione di quell’articolo, e infatti le risposte furono quasi istantanee. Citerò alcuni di questi non solo per dato storico, ma anche perché non si tenti di coprire il tutto con la frase morte della ragione: “ma era figlio del suo tempo!”. Espressione talvolta opportuna, ma non dovrebbe mai giustificare (al massimo spiegare), soprattutto se persino i contemporanei del “figlio del suo tempo”, ossia altri “figli del loro tempo”, erano in realtà in disaccordo.

Carla Lonzi scriverà una lettera:

nel tuo articolo […] scrivi: “Non mi risulta che gli abortisti, in relazione al problema dell’aborto, abbiano messo in discussione tutto questo”. Io e le donne del gruppo femminista [Rivolta Femminile, il cui manifesto dice infatti “La negazione della libertà d’aborto rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna.”, ndr] cui appartengo l’abbiamo fatto e abbiamo pubblicato gli scritti in proposito, che però sono passati completamente sotto silenzio. […] abbiamo posto dal ’71 il problema della presa di coscienza su ciò che l’aborto legale sottintende: la consacrazione del coito. Il nostro obbiettivo non era negare la libertà di aborto, ma cambiare il suo significato nella coscienza di chi continuerà a subirlo, anche libero, la donna, e a imporlo, una cultura se non vogliamo dire l’uomo. Il tuo articolo l’ho letto con partecipazione, come se senti la voce di un fratello, e con l’amarezza di constatare che il fratello continua ad arrivare prima della sorella a farsi ascoltare.

[enfasi in grassetto di mia scelta]

Ho cercato di trattare questo tema con il massimo del rispetto, e so che tocca un’esperienza che non mi potrà mai riguardare sul personale. Ma comunque, l’intera vicenda, sul piano storico, mi ha dato da riflettere commentando su ciò che posso raggiungere. Italo Calvino lo esprime alla perfezione, e infatti in risposta a Magistris (altro antiabortista) e Pasolini (menzionato esplicitamente), scrive così: <<Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte.>>

Allora io penso che dovrò mordermi la lingua sei volte: tre per me, tre per Pasolini.

Note

• L’articolo in questione, per la visione di tutti: https://www.cittapasolini.com/post/contro-l-aborto-pasolini

•Devo molto all’articolo di Collettiva, che ha trattato lo stesso tema con il mio stesso scopo, e mi ha dato l’idea di citare Calvino

  1. una reductio ad absurdum e una provocazione al suo stesso avvocato Alfredo De Marsico: <<Ricordo che De Marsico (collaboratore del codice Rocco) in una brillante arringa in difesa di un mio film [i racconti di Canterbury, ndr], ha dato del “porco” a Braibanti, dichiarando inammissibile il rapporto omosessuale in quanto inutile alla sopravvivenza della specie: ora, egli, per essere coerente, dovrebbe, in realtà, affermare il contrario: sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta una sicurezza.>> Braibanti fu un drammaturgo omosessuale ed  è noto per essere stato condannato a 9 anni di carcere con l’accusa (evidentemente una scusa) di plagio. Questo scandalo coinvolse lo sdegno di molti autori, tra cui Pasolini. Ecco perché l’autore, nonostante la stima per il suo avvocato, si prende la libertà di provocarlo per questa sua dichiarazione discriminatoria. Tutte le assurde vicende dei processi a Pasolini sono ben riassunte in questo articolo: https://www.giustiziainsieme.it/en/diritto-e-societa/2593-il-processo-a-pasolini-difeso-dal-fascista-alfredo-de-marsico?hitcount=0
  2. Qui Nicola Mirenzi parafrasa Marco Belpoliti.

Una risposta a “Pasolini sull’aborto: una critica”

  1. Le campagne innocenti libere da ogni classificazione futile, utile solo all’uomo piccolo che non accetta non abbia tutto sotto controllo e in ordine, è proprio vero che l’ignoranza, intesa proprio come non conoscere, da il sorriso sulla bocca degli stolti, loro che di tutto il mondo, scelgono di vedere solo davanti ai loro piedi.

    ~lilμν

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