Quest’oggi mi sono alzato pensando che per l’ennesima volta ho dato poco ascolto alle mie vocazioni e per risultato non sono riuscito a pubblicare qualcosa di bello in questo blog a me caro. L’ultima pubblicazione risale ad ottobre, ed è da quel momento che a passi minuscoli lavoro per un articolo, che certamente non è questo. In un certo senso, mi sono sentito incatenato, ma allo stesso tempo incapace di liberarmi, per via di una regola da me imposta di dedicarmi a un articolo per volta, e curare le altre bozze soltanto raccogliendo all’infinito materiale, senza scrivere.
Quindi, ero deluso di aver lasciato di nuovo un altro mese concluso senza alcun aggiornamento. Eppure, pare che oggi la vita mi sorrida, dato che c’è l’anno bisestile, e febbraio mi ha regalato un giorno in più, il 29.
In questo giorno che sembra proibito, che si presenta ogni tanto, mi pareva strano rinunciare all’opportunità di terminare un mese molto pieno senza dare un lieto fine anche a divertissement. Per di più, questa mattina mi aveva attirato l’attenzione un articolo da Il Post dove un particolare giornale satirico esce soltanto in questa data, dunque una volta ogni quattro anni. Era come se tanti segni mi spingessero all’agire, e siccome fatico a rispondere a queste chiamate, non volevo ricadere nei miei vizi.
E allora ecco che oggi, 29 febbraio, voglio parlare del vuoto, che su questa pagina via via riempio. Strano però, no? Questa pagina nemmeno esiste, è digitale. Ha un così fragile spessore che potrei chiuderla con un clic maldestro, e altrettanto sottile è questo giorno, un frangente che si interpone e prolunga la vita di Febbraio.
Mesi fa, leggendo Il ritratto di Dorian Grey, mi sono imbattuto in questo passaggio:

Non era la prima volta che mi imbattevo in un errore di stampa su questa copia, ma questa incompletezza del termine “man” mi ha scosso. Sembrava, in un certo senso, fatto apposta.
In questo passaggio, Basil Hallward, l’autore del celebre ritratto, scopre per la prima volta che il dipinto era diventato mostruoso, lo specchio della vera natura di Dorian Grey. Questa svista, dove è difficile leggere le prime due lettere di “man” hanno aggiunto solennità al momento, si potrebbe leggere così:
Si girò, e guardò Dorian Grey con gli occhi di un __mo malato.
Queste mie personalissime emozioni non sarebbero state possibili senza quell’errore in quel punto esatto della frase e in quel momento della storia. Ora la mia brutta edizione ha un segno speciale e unico. Quella mancanza nella parola mi ha invitato personalmente a riempirla: leggendo il passaggio la prima volta ho avuto un brivido. Mi sono immaginato Basil che in quel frangente perde la capacità di intendere cosa sia un uomo, dato che davanti a lui c’è un qualcosa che più non riconosce come tale, per quanto si sforzi di associare a quel bellissimo giovane il nome del suo vecchio amico e amato “Dorian Grey”.
Ciò mi ha dato da pensare: quello spazio lasciato vuoto per puro caso mi ha permesso di inventare qualcos’altro al suo posto. Il vuoto come un terreno fertile che lascia crescere tutto ciò che si desidera.

In questi giorni sto leggendo Se una notte d’inverno un viaggiatore, e per uno scherzo del destino, come per confermare i miei recenti pensieri, nelle prime pagine leggo questo:
Tutti i luoghi comunicano con tutti i luoghi istantaneamente, il senso d’isolamento lo si prova soltanto durante il tragitto da un luogo all’altro, cioè quando non si è in nessun luogo.
Mi viene da pensare al mio amore per i viaggi in treno, pur avendone fatti solo quattro in vita mia. C’è quel preludio alla meta, l’attesa stessa, che ti lascia lo spazio per il riposo. Tutte le aspettative crollano: ogni viaggiatore è occupato con i suoi pensieri, non serve sorridere, non serve salutare qualcuno seduto, e occasionalmente si innesca quel rito di uno sguardo dato per errore a qualche passeggero (forse perché penso alla sua vita e ai suoi pensieri? Cerco di connettermi? Non so) che poi velocemente si dissimula, e gli occhi di entrambe le persone si allontanano da quel breve punto di contatto distante. In una intervista, Italo Calvino dice: <<quando mi trovo in un ambiente in cui posso illudermi di essere invisibile mi trovo bene. […] [Sulla metro] C’è questo fatto dell’anonimato, del poter sentirsi in mezzo alla folla, osservare tutti, scomparendo nella folla, quasi sentendosi invisibili.>> Le due frasi si completano a vicenda: ne ricavo che anche nel mio caso, stare nel vuoto significa concedersi spazio per crescere, rimanendo tuttavia sottili. Anche per questo mi sento molto affine al sogno di Calvino, di essere invisibile.
Scrivo questo articolo senza una meta precisa anche per sfidare me stesso: solitamente, avrei sentito la pressione di dover completare qualcosa prima di reputarla degna di essere pubblicata. Ma questa preoccupazione è antitetica allo scopo stesso che mi ero prefissato: avere un blog e dunque uno spazio di mia espressione. Perché dunque dovrei limitarmi? Dovevo forse finire la lettura del libro per poterne parlare? Le prime pagine incitano all’opposto: una lunga serie di racconti tutti iniziati e mai conclusi, perché mai qualcosa è veramente finito. Si può sempre ritornare su qualcosa, perché le imperfezioni di ogni cosa lasciano sempre un vuoto che non può saziare, ma che giustifica il bisogno di ritornare su qualcosa in continuazione. Questo è il vero stampo che voglio dare ai miei articoli. Non voglio abbandonarli al perfezionismo, devono respirare tutti assieme a me e oltre di me.
Che ci sarebbe di male nel creare qualcosa e lasciarla incompiuta? Comunque avrà lasciato un’impronta che si trasferirà altrove, in maniere imprevedibili, come quel passaggio di Dorian Grey. Che male c’è nell’essere frammentati? Ci è permesso di esistere nel vuoto, in cui si può trovare una nuova definizione di “uomo”. Esistiamo solo nella transizione, e noi siamo movimento. E che ci sarebbe di male se qualche volta dimenticassi la punteggiatura e non terminassi l’