In difesa delle etichette LGBTQ+ (e non solo)

Quando delle persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ si esprimono, raccontando delle loro esperienze, oppure portano avanti iniziative, una domanda spesso piomba a ciel sereno: “ma perché tutte queste etichette? Non staremmo meglio senza?” A volte ciò viene detto con un tono di sfida, e segna l’inizio di una polemica, più che un dibattito.
Quando questa domanda è posta con buone intenzioni e genuina curiosità, però, è meritevole di risposta, ed è quello che proverò a fare.

Regole, strumenti, abitudini

“Etichetta” è già una parola che, da sola, ha bisogno di essere esaminata con molta calma. Etichetta, quando non usata per indicare l’oggetto stesso, sta per “denominazione, definizione sommaria” 1. L’uso (il significato che attribuiamo a quel termine) dell’etichetta figurativa somiglia molto a quello della sua controparte materiale: qualcosa che si aggancia a qualcos’altro, che la indica.

Quando apprendiamo la definizione di un termine è come se avessimo le istruzioni per il suo stesso uso, cioè dove è adeguato applicarlo. Un noto esempio è la segnaletica stradale: varie convenzioni si sono formate per dare vita a un’idea consistente di simboli che ci invitano ad assumere precisi comportamenti in una strada, questo grazie al fatto che ci sono delle convenzioni stabilite e dunque siamo abituati a comprendere e seguire un segno preciso, il quale essenzialmente detta una regola. Di questa idea era Ludwig Wittgenstein, che nelle sue Ricerche Filosofiche (1953) scrive:

198. […] Sono stato addestrato a reagire in un determinato modo a questo segno, e ora reagisco così. […] Uno si regola secondo le indicazioni di un segnale stradale solo in quanto esiste un uso stabile, un’abitudine.

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosifiche, Einaudi, p.95

Un’abitudine, per quanto salda, però, può anche essere soggetta a cambiamenti. Questo è un po’ difficile da immaginare con l’esempio di prima, c’è ben poco da discutere sulla segnaletica. Ma nel mondo dei parlanti, le parole cambiano in base a una fitta rete di condizioni storiche, sociali, e culturali. E vivendo, giochiamo con le parole assieme agli altri, come se modellassimo assieme un grande pezzo d’argilla. Può capitare, ed è già capitato, che una data parola adesso abbia nuove “istruzioni per l’uso”, ed è richiesto che si seguano, per poter essere comprensibili2.

Un esempio lampante di termini che mutano sono proprio alcune di queste etichette di cui intendo parlare: si pensi a queer e lesbica, in origine insulti omofobi poi riappropriati3 dalle stesse comunità, e ora usati come accezione positiva, o neutra.

Il Catania Pride ha come mascotte un polpo [crediti ad https://www.instagram.com/ant.art_/] Questo è un esempio nostrano di reclaiming, dato che “puppu”, oltre a indicare l’animale in siciliano, è un noto insulto omofobo.

43. […] Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio. E talvolta il significato di un nome si definisce indicando il suo portatore.

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, p.28

E quindi adesso è il momento di parlare di questi portatori.

Nomi e identità

Supponiamo uno scenario abbastanza verosimile e comune: un pre-adolescente si rende conto sempre più che è attratto non soltanto dalle ragazze, ma anche dai ragazzi. Successivamente, dopo alcuni giorni di ricerche, scopre autonomamente il termine “bisessuale”, apprende che la definizione designa abbastanza accuratamente la sua esperienza. Leggere una definizione non patologizzata, che non indica il ragazzo del nostro esempio come un errore o un deviato, lo rasserena. Adesso, con questa nuova conoscenza, ha i mezzi per dare senso al suo mondo.

Quella che ha vissuto il ragazzo è chiamata da Miranda Fricker ingiustizia ermeneutica: all’inizio era incapace di descriversi, ricavare un senso dalle cose, perché al ragazzo mancava il concetto di bisessualità. Propongo di interpretare le parole come delle chiavi per certe specifiche valigie, e queste valigie contengono delle informazioni. Alcune sono già aperte poiché di uso comune, altre sono state aperte dai genitori, quando spiegano al bambino come funziona il mondo, secondo la loro visione (dicasi socializzazione primaria4). Infine, certe valigie restano chiuse, o nascoste, fin quando non si ha accesso alla chiave giusta.

Negare l’accesso a un’etichetta, o cercare di non parlarne, è un esempio di ingiustizia ermeneutica. Generalmente, stiamo meglio conoscendo e coniando più parole, che meno.

“Ma non sono troppe?”

Più volte mi è capitato di leggere questa domanda, in conversazioni a cui ho assistito o di cui sono stato partecipe. Anche tra componenti stessi della comunità LGBTQ+ sorgono dibattiti riguardo termini superflui. Ma io penso che non ne esistano, e che possano restare. Le parole sono strumenti, e con esse possiamo giocarci. Possiamo utilizzare le parole per fare una preghiera (con una formula ben precisa, che non sta constatando alcuna affermazione), con un insulto, con una metafora (la gamba del tavolo). Molte parole sono usate approssimando, dato che in quel dato momento sono state scelte in quanto le più efficaci a recapitare l’informazione che si voleva. Così, un coming out è un esempio di reframing: dichiarandosi di un certo orientamento sessuale, e comunicandolo con un etichetta (che veicola l’informazione), si sta “riaggiustando il tiro” al destinatario della conversazione, che ora sa qualcosa di nuovo sul parlante.
Allo stesso tempo, assumendo che “il ragazzo dell’esempio” sia felice con la sua identità (ora ritrattata) e non corra pericoli a esprimersi, egli è ora in un processo di risocializzazione, così definita da Berger e Luckmann in La realtà come costruzione sociale: <<Nella risocializzazione il passato viene reinterpretato per adattarlo alla realtà presente, e c’è la tendenza a retroiettare nel passato vari elementi che al momento non erano soggettivamente disponibili5>>.

Oltre al fatto che il coming out non è un dovere, non bisogna dare per scontato che questo impegno sia soltanto tipico di una persona queer. In realtà, comunicando, ci esprimiamo, giochiamo con le nostre parole e con la nostra identità costantemente. Paul Preciado, attivista trans e filosofo, invita a non dare la propria identità per scontato:

Ma perché siete così convinti, cari amici binari, che solo i subalterni abbiano un’identità? Perché siete così convinti che solo i musulmani, gli ebrei, i froci, le lesbiche e i trans, gli abitanti delle periferie, i migranti e i neri abbiano un’identità? E voi6, normali, egemonici, psicoanalisti bianchi della borghesia, binari, patriarco-coloniali, siete forse senza identità? Non esiste identità più sclerotica e più rigida della vostra identità invisibile. […] O abbiamo tutti un’identità, oppure non esiste identità.

Paul B. Preciado, Sono un mostro che vi parla, Fandango

Niente di statico

Un vizio prettamente occidentale è quello di immaginare le parole e i concetti come fissi nel tempo, immutabili. Per questo, una reazione scettica a un coming out potrebbe essere quella di dubitare l’esistenza di tali identità, affermando <<una volta non eri così!>>. Ma questo errore deriva dagli assunti che le persone hanno sul comportamento stesso del linguaggio, che ribadisco, non è immobile. Un modo per giocare con le parole può anche essere quello di annullare7 qualcosa: la precedente informazione viene resa nulla, e se la frase sanciva qualcosa a livello legislativo, come un atto di matrimonio, esso viene considerato nullo. Ma giustamente così scrive Laura Caponetto:

Il secondo matrimonio potrà essere dichiarato invalido – e i diritti e doveri coniugali della coppia annullati. Non si annulleranno allo stesso modo le lacrime versate al <<Sì, lo voglio>>, le mille volte in cui lui ha cucinato per lei, il mutuo acceso per la villetta fuori città. Le conseguenze materiali di un atto, le sue ricadute perlocutorie, non si possono disfare: anche se l’atto viene invalidato, quelle permangono.

Il primo libro di filosofia del linguaggio e della mente, AA. VV., Einaudi, p.103

Dunque, c’è in corso una continua negoziazione di informazioni: le comunchiamo giocando con le frasi, con i vestiti, con i comportamenti, con i gesti. Anche la nostra identità è approssimativa, e come una sfumatura di un colore, è possibile fare distinzioni grazie alle periferie, sì, ma esse sono sfuocate.

Non solo i ricordi della mia vita passata in quanto donna non sono stati cancellati, ma nella mia mente restano vivi al punto che, contrariamente a quanto la medicina o la psichiatria credono e predicano, non ho mai smesso del tutto di essere Beatriz per diventare Paul e nient’altro. Il mio corpo vivo, non direi il mio inconscio o la mia coscienza, ma il mio corpo vivo che tutto comprende nella propria, costante mutazione e relative, molteplici evoluzioni, è come una città greca, dove coesistono, con delle differenze a livello energetico, edifici trans contemporanei, un’architettura lesbica postmoderna e belle case Art déco, ma anche vecchie costruzioni campestri, sotto le cui fondamenta sopravvivono rovine classiche animali o vegetali, fondamenta minerali e chimiche spesso invisibili. Le tracce che la vita passata ha lasciato nella mia memoria sono diventate via via più complesse e connesse, andando a formare una massa di forze vive, tanto da rendere impossibile dire che solo sei anni fa ero semplicemente una donna e che ormai sono diventata semplicemente un uomo.

Paul B. Preciado, Sono un mostro che vi parla, Fandango

Io suggerisco proprio questa come strategia migliore per navigare nella vaghezza: finché abbiamo a disposizione nuovi strumenti, ci saranno nuovi modi di esplorare noi stessi e il mondo, e ostacolare questo processo è ciò che è veramente dannoso. Vorrei portare un esempio proprio dal secolo scorso:

È fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna-maschile o un uomo-femminile.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, p.142

Non intendo estrapolare dal contesto questa frase, ma voglio qui fare notare un tentativo di un’intellettuale del primo ‘900 di superare il binarismo di genere. Per esprimerlo, l’autrice sta creando ossimori, sta giocando con le parole e col genere. Questa a me pare la pista giusta da seguire, poiché, la realtà (socialmente definita) ha già provveduto alle persone eterosessuali gli strumenti per definire le proprie esperienze. Alle persone LGBTQ+, invece, è dovuto toccare arrangiarsi, creando nuovi termini per rivendicare il proprio posto nel mondo. Negare loro la possibilità delle etichette equivale a squalificarle in partenza dal gioco delle parole.

Potremmo forse immaginare un’utopia dove, avendo abbandonati tutti i pregiudizi, l’umanità non ha nemmeno bisogno di doversi identificare, e ha uno spazio del tutto libero per agire come preferisce. Ma prima di questo momento, le etichette avranno motivo di esistere ed essere usate, e le persone LGBTQ+ resteranno qui, e non se ne andranno.

  1. da Treccani
  2. Ricerche Filosofiche: <<199. […] Non è possibile che un solo uomo abbia seguito una regola una sola volta. Non è possibile che una comunicazione sia stata fatta una sola volta, una sola volta un ordine sia stato dato e compreso, e così via. […]>>
  3. reclaiming, appunto la riappropriazione: la forza di un termine offensivo viene neutralizzata poiché la comunità “bersaglio” inizia a farne un uso alternativo, rivendicativo. Questa idea ha una lunga storia di dibattiti, ma cito particolarmente Judith Butler
  4. La realtà come costruzione sociale di Berger e Luckmann
  5. enfasi mia, si noti la somiglianza con l’ingiustizia ermeneutica
  6. contesto: Preciado stava pronunciando questo discorso in una conferenza di psicanalisti freudiani, e a loro rivolge queste critiche
  7. Laura Caponetto, Undoing Things with Words

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