Seneca e Camus: fratelli nel tempo

Due autori dominano gli spazi di discussione filosofica su Internet: Lucio Anneo Seneca e Albert Camus. Diversi sono i pensieri e le epoche in cui scrivono, ma in comune hanno l’interesse per una questione che tocca a tutti: che farsene di questa vita?

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.

A. Camus, Il mito di Sisifo

Gli scritti di entrambi gli autori godono di un’ampia diffusione e appunto per questo sono stati la prima esposizione alla filosofia per molti, me compreso. Basti pensare a Seneca, i cui scritti più famosi si leggono come delle calorose lettere di un amico distante che dà consigli ben precisi e a volte severi1, per poi passare a Camus, molto più vicino alla nostra epoca e quindi fornito di un linguaggio ancora più specifico e attuale, esplorando il suicidio e molto altro con dei dubbi e delle soluzioni a noi più vicine.

In Rete sono molto popolari i video che cercano di riassumere questi due pensatori, ma inevitabilmente finiscono per travisare l’uno o l’altro filosofo; sarebbe interessante discutere del fenomeno, ma non in questo articolo.

Piuttosto, intendo investigare quali sono i possibili punti di incontro tra i due autori, e cosa li rende così speciali. Ovviamente Seneca, vissuto nel I secolo, non ha potuto dire niente su Camus, uomo del XX secolo. Però quest’ultimo, anche se implicitamente, pare essere in comunicazione con gli stoici.

Due letture del mondo

Innanzitutto, Seneca appartenne alla corrente dello stoicismo, una corrente già al suo tempo parecchio antica di origine greca. Lo stoicismo giunto a Roma “fa come i Romani” e assume un’ottica maggiormente incentrata sull’etica. Bisogna comunque riconoscere a Seneca un eclettismo davvero affascinante, capace di accogliere principi provenienti da varie dottrine talvolta opposte alla propria.

Dallo stoicismo Seneca mantiene l’idea del mondo come Ragione: ogni evento della natura è necessario, dunque mai casuale, come se fosse pianificato dal Destino stesso (precursore dell’idea di Provvidenza).

Dall’epicureismo, per fare un esempio di eclettismo, Seneca si ispira per parlare dei beni superflui che possono allontanare l’animo umano dalla saggezza (ossia, appunto, vivere secondo ragione): sono superflui quei beni non naturali, costrutti sociali come la fama, la gloria, il lusso, la reputazione, ecc. Dedicare la vita al raggiungimento di queste cose ci allontana da una vita virtuosa.

Con Albert Camus siamo in un ambiente totalmente diverso: Dio è già morto da un po’, o meglio dire è stata resa evidente la fragilità dei pensieri e delle morali, e sotto i fuochi delle due guerre mondiali è stata dura dare un senso a tutto. Leggere il mondo come razionale o “il migliore dei mondi possibili”, come insegna Leibniz, non è più un lusso disponibile.

Ecco che in mezzo a tutto questo, proprio nel 1942 viene pubblicato Il mito di Sisifo. Qui Camus apre il testo con la domanda all’inizio dell’articolo. Non resta nient’altro se non indagare la questione del suicidio, che già implica altre domande: come riusciamo a valutare una vita degna di essere vissuta, e se possibile, come viverla? Ed è proprio qui che avviene un vero incontro tra Seneca e Camus.

Il pensiero di Camus è ricordato come “assurdismo”, e il termine in sé racchiude la definizione che Camus dà al mondo: esso è appunto assurdo nel senso che non è affatto possibile dare un giudizio morale o razionale agli eventi del mondo, e anzi è più produttivo mollare le pretese di trarne spiegazioni, per cercare invece una “invincibile estate”2 dentro di noi, in ribellione alle continue contraddizioni del mondo.
In breve, essendo il corredo di tutte le esperienze ora di pari valore, siamo semplicemente liberi.

Confronto

Per agevolare la comprensione, mi sono permesso una “introduzione” molto più lunga del solito, ma toccando mano ai testi voglio partire mostrando subito il rapporto che questi due pensatori hanno verso la morte. Come affrontano il problema varia dai loro stessi scopi, chiaramente. Il fulcro del pensiero di Seneca è il raggiungimento dell’atarassia, una sorta di apatia dove l’animo non è turbato da alcuna emozione negativa. Pertanto, è missione centrale del saggio sollevare l’animo dalle paure, e tra queste quella della morte.

Innanzitutto, Seneca invita a una presa di coscienza: in realtà, con l’inesorabile trascorrere del tempo, viviamo ogni giorno “perdendo” piccoli pezzi, come i granelli di una clessidra. La morte non è improvvisa, ma semplicemente la fine di una lenta discesa: rendersene conto significa “allenarsi” a morire ogni giorno

Cadiamo tutti nello stesso errore, quello di credere che alla morte si avviino solo i vecchi ormai decrepiti quando invece ci si va subito fin dall’infanzia, poi dall’adolescenza e da tutte le altre età. Il fato fa quel che deve: ci toglie il senso della morte, e questa, per insinuarsi in noi più facilmente, si nasconde sotto il nome di vita.

Seneca, Consolazione a Marcia

Sbagliamo a temere l’ultimo giorno: ogni giorno concorre in ugual misura alla morte. La nostra fine non la segna il gradino su cui cadiamo, quello la rende solo evidente: alla morte ci porta l’ultimo giorno, ma tutti i giorni ci avvicinano a lei; giorno per giorno la morte ci consuma, non ci trascina via all’improvviso.

Seneca, Lettere a Lucilio (120)

Sposto l’attenzione su un passo dell’opera teatrale di Camus Caligola. Verso la fine del dramma, il folle imperatore propone una gara di poesie sul tema della morte, egli dirà: «Da un pezzo ho composto la mia lirica, io, su questo tema […] A modo mio, la recito ogni giorno.».

A prescindere, dunque, dalla durata della nostra vita, dovremmo cogliere ogni attimo; Seneca nella prima e famosa lettera a Lucilio parla proprio di “vendicarsi” (vindica te tibi), o meglio dire “riscattarsi”.

Fai così, o mio Lucilio: renditi padrone di te stesso e il tempo che finora ti era portato via con la forza o sottratto con la frode o che ti sfuggiva di mano raccoglilo e conservalo. Persuaditi, succede proprio come ti scrivo: certi momenti ci sono tolti con brutalità, altri presi subdolamente, altri ancora si disperdono. […] una gran parte della morte appartiene già al passato. Tutto ciò che della nostra esistenza è dietro di noi, la morte lo tiene saldamente. Fai dunque, o mio Lucilio, quel che mi scrivi che fai: tienti strette tutte le tue ore, così avverrà che dipenderai meno dal domani. […] Solo il tempo è nostro.

Seneca, Lettere a Lucilio (1)

Più avanti Seneca definisce il suo monito come tenere conto del «registro delle spese»: vale a dire che quel poco che ci rimane, qualunque esso sia, va “speso” con giudizio.

Seneca insomma auspica a trascorrere una vita che punta alla qualità: ossia senza i vincoli delle passioni, dove si pratica la virtù, dove si preferisce uno svago che possa giovare allo spirito rispetto alla cura dei beni materiali 3.

Pongo in confronto un passo di Il mito di Sisifo, apparentemente inconciliabile con quanto letto finora.

La credenza nell’assurdo torna a sostituire la qualità delle esperienze con la quantità. Se mi persuado che questa vita non ha altro aspetto che quello dell’assurdo, se provo che tutto il suo equilibrio dipende dalla perpetua opposizione fra la mia rivolta cosciente e l’oscurità in cui questa si dibatte, se ammetto che la mia libertà non ha senso che rispetto al suo destino limitato, allora devo dire che ciò che importa non è vivere il meglio, ma il più possibile.

Camus, Il mito di Sisifo

Qui Camus parla di “vivere il più possibile”: sta argomentando a favore della quantità rispetto alla qualità auspicata da Seneca. Ma, se riprendiamo quel richiamo di Seneca di “rivendicarsi” il tempo che ci rimane, ecco che il parallelismo tra i due inizia a emergere. Difatti chiarisce subito dopo Camus:

La morale di un uomo, la sua scala dei valori non hanno senso che in rapporto alla quantità e alla varietà d’esperienze che gli è stato dato di accumulare. Ora, le condizioni della vita moderna impongono alla maggioranza degli uomini la stessa quantità e, per conseguenza, la stessa esperienza profonda. […]
Ma già molti uomini, e fra i più tragici, ci fanno presentire che una più lunga esperienza cambia il quadro dei valori o ci fanno pensare all’avventuriero del quotidiano che, per la semplice quantità di esperienze, batterebbe tutti i records (uso appositamente questo termine sportivo) e guadagnerebbe, così, la sua morale. […] Battere tutti i records significa, in primo luogo e unicamente, trovarsi di fronte al mondo il più spesso possibile.

Camus, Il mito di Sisifo

Qua Camus lascia intendere che considerate due vite di pari “quantità”, quella che conta davvero è chi ha preso atto della propria mortalità e ha reagito ribellandosi alla vita stessa, poiché spetta all’individuo accumulare quante più esperienze possibili.

Per mia interpretazione, Camus sta facendo coincidere qualità con quantità, ossia: una vita dignitosa è quella quanto più pienamente vissuta. Non è forse questo anche il consiglio di Seneca? In rapporto alla morte, entrambi rispondono con un sempreverde “cogli l’attimo”, nonostante le premesse opposte.

Inoltre, è interessante come proprio in questo passaggio Camus citi la morale (qui intesa grossomodo come “stile di vita”) degli stoici: «forzando un po’ le cose, si può dire che i Greci avevano la morale dei loro ozi come noi abbiamo quella della giornata di otto ore.» scrive.

L’ozio, che appunto come inteso da Seneca è un riposo dove ci si dedica alla cura del nostro spirito, allo studio, o anche a un impegno per una buona causa. Questo segmento è effettivamente il riferimento più esplicito a questo filosofo così distante.

Combinate assieme, queste filosofie offrono ottime linee guida per affrontare la nostra vita. Riesco a intravedere una reciproca complementarità. Difatti, prendendo atto della brevità della vita, possiamo mirare a vivere pienamente senza aver l’ossessione di cercare un Dio nascosto o un bene fugace. Non a caso la figura centrale nel pensiero di Camus è il condannato a morte: con una condanna, l’intera vita si colora di una neutralità tale da liberarci da ogni vincolo. Il vero segreto è rendersi conto che per raggiungere questa condizione di libertà non serve essere davvero condannati a morte: è una metafora.

Dal fondo del mio futuro, per tutta la vita assurda che avevo condotto, un soffio oscuro mi veniva incontro attraverso anni non ancora nati, e quel soffio livellava al suo passaggio tutto ciò che mi venisse offerto negli anni non più reali che vivevo. Che m’importava della morte degli altri, dell’amore di una madre, che m’importava del suo Dio, delle vite che si scelgono, dei destini che si eleggono, se poi era un unico destino a eleggere me e con me milliardi di priviegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli? […] Un giorno anche gli altri sarebbero stati condannati. Anche lui sarebbe stato condannato.

Camus, Lo straniero
  1. In De Tranquillitate Animi, Seneca cita il buon esempio del politico Asinio Pollione il quale giunto un certo orario, si rifiuta di controllare le lettere: «Ricordiamo il grande oratore Asinio Pollione che soleva non farsi trattenere da nessuna occupazione oltre l’ora decima; non leggeva nemmeno le lettere dopo quell’ora, perché non gliene derivasse una qualche nuova preoccupazione, ma si liberava della stanchezza di tutta una giornata in quelle due ore».
  2. Qui la poesia completa
  3. A sua stessa ammissione Seneca, nobile e senatore, non fu un uomo ideale in queste circostanze. Anzi, raramente dovette preoccuparsi delle sue finanze

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