Con l’opera “L’Amante” mi sono approcciato per la prima volta a un lavoro di Harold Pinter il quale, per mia impreparazione sul tema, non conoscevo affatto. A teatro mi piace buttarmi alla cieca nella storia, senza quindi anticipare con ricerche di alcun genere, e l’unico aggettivo che poteva forse suggerirmi qualcosa è stato “assurdo”. Veramente assurdo lo era, ma in maniera che mai avrei previsto.
Già pronto a deliziarmi rotture di quarte pareti, mi sono invece ritrovato in un ambiente alieno, in un’opera che già ai tempi (1962) era sovversione del sovversivo, e dopo tutti questi anni continua a esserlo, certamente anche per merito della direzione di Veronica Cruciani.
Quel sorso invisibile
A proposito delle novità di questa rappresentazione in particolare, dell’opera sono state amplificate le caratteristiche da metateatro: gli attori stessi, Graziano Piazza e Viola Graziosi, immediatamente ci ricordano che siamo a teatro. Le prime frasi che si sentono sono le loro presentazioni (che poetica ironia: mostrano le fedi, sono una coppia sposata e stanno per prendere i panni di un’altra coppia sposata!), ringraziamenti vari, e una breve descrizione dell’opera. Gli attori esplorano il palcoscenico, commentano via via gli oggetti di scena, soddisfatti. Hanno il copione in mano, e iniziano a leggere.
Richard entra nella camera da letto dal bagno che si trova in quinta, a sinistra, va a prendere
la sua cartella nell’armadio dell’ingresso, si avvicina a Sarah e le dà un bacio sulla guancia.
Questa è chiaramente una descrizione dei gesti che l’attore deve fare, non una parte di dialogo. Ma i due attori, ancora leggendo i copioni, sembrano ancora incatenati alla realtà: sono semplicemente due persone che stanno facendo pratica di recitazione. Ma è proprio il bacio a spezzare l’incantesimo, e così può iniziare l’autentica storia (e intanto si insidia un dubbio: è davvero iniziata adesso? O è iniziata ancor prima? Forse è iniziata dietro il sipario, in realtà). Questa introduzione, che dalle mie ricerche risulta totalmente originale, è parte di un messaggio più grande che si capirà meglio alla fine dell’opera. E lungo tutta la durata, verrà rinfacciata questa ambiguità.
Quando solitamente si loda in un’opera la rottura della quarta parete, è perché il pubblico apprezza l’ironia di vedere quel sottile confine infranto, ma quest’opera invece mostra palesemente il filo e anziché tagliarlo, inizia a fare acrobazie sopra, senza vergogna. Queste due consapevolezze in realtà non abbandoneranno mai lo spettatore, ma saranno sempre contemporaneamente adiacenti. Si può apprezzare l’aspetto superficiale della storia, ma anche rivoltarla e scoprire nuove riflessioni, tutte contemporaneamente vere.
Nelle prime scene la coppia pare normalissima, ed esplora l’umile scenografia. Parlano delle veneziane della loro casa, saggiamente rivolte verso il pubblico, perfetta rappresentazione del sipario. Versano whisky da una bottiglia vuota e sentono il suo sapore. Non c’è niente da temere: è tutto finto, giusto?

La storia: “non dovresti avere quei tacchi alti!”
Se ho incuriosito qualcuno a recuperare l’opera, allora vi avviso che parlerò della storia nel dettaglio. Si può saltare questo paragrafo ma a rischio di non capire la conclusione.
Grazie all’introduzione, tutta la storia risentirà più avanti di questo strano sapore: si intravede in ogni evento il suo velo fittizio, e ogni volta si possono assumere più prospettive allo stesso momento, come se fosse cubismo fatto a misura di teatro.
E così, quando Sarah, una normale moglie casalinga nella storia, si presenta con un abito modesto ma con dei tacchi troppo alti, viene subito rimproverata da Richard, il marito. Semplicemente, nel copione Sarah non dovrebbe indossare quei precisi tacchi alti che adesso ha ai piedi. Ecco un esempio pratico: a primo impatto, Richard si è arrabbiato proprio per la contraddizione, ma quando tutti e due si caleranno nel reale sempre di più, vedremo che la situazione è ben diversa.
La bizzarra situazione su cui si gioca è che Sarah ha un amante, e questo Richard lo sa bene e ne è consenziente, a patto, semplicemente, di non nominarlo mai. Però, nella storia la curiosità ha la meglio e iniziano a sorgere alcune domande. Le risposte sono particolari: questo amante non può incontrare Richard, e non può essere chiamato quando si vuole. Ma soprattutto, l’amante non può andare oltre l’appartamento della coppia: è rilegato a quelle mura. Sarah quindi può consumare il suo rapporto adulterino soltanto nella stanza rappresentata dal palco. Del resto, è soltanto lì che i personaggi prendono vita.
Man mano che la conversazione va avanti, gli attori ormai abbandonano il copione e le loro emozioni si fanno più vive in un perpetuo climax: l’ambiente attorno risponde coerentemente a questi cambiamenti, e così il whisky adesso esce davvero dalla bottiglia, è perfettamente reale.
Il secondo problema è che Richard, una volta tornato da lavoro, dice che in realtà anche lui ha un’amante, perché insoddisfatto della moglie, che essenzialmente è lo stesso motivo per cui Sarah lo tradisce. Ma qui il vero sortilegio prende piede: a metà della storia si verrà a scoprire che l’amante di Sarah è Richard, sotto mentite spoglie, e l’amante di Richard è Sarah, similmente con un’altra identità.

Allora così si capisce dove voglia andare a parare questa menzogna: Richard e Sarah, coppia degli anni ’60, si sente confinata e limitata dai propri ruoli di marito e moglie, di contabile e casalinga, di uomo e donna. E così i personaggi sono loro stessi attori: si creano nuove identità e finalmente possono sentirsi liberi a vivere qualcosa di nuovo, lontano dalla norma. Allora sotto questa nuova luce, subito si capiscono certi dettagli: Richard inizialmente era nervoso forse non soltanto perché Sarah stava contraddicendo il copione, ma anche perché quei tacchi alti appartenevano all’altra identità, e Richard, magari, non voleva accettare la verità che aveva subconsciamente notato.

La conversazione si inasprisce per via di un indizio troppo grande per essere ignorato: dei bonghi vengono trovati nella scena, segno inequivocabile che effettivamente in quel soggiorno è avvenuto un atto sessuale (una curiosità: non era previsto che i bonghi si rompessero, si sono davvero, seriamente, rotti per sbaglio. Questo imprevisto è davvero poetico e a mio dire migliora la metafora che l’oggetto svolgeva, ossia quella del rapporto). Richard, sentendosi sfidato da questo uomo invisibile, non sopporta più che la sua identità e tutti i carichi che si porta appresso venga così profondamente danneggiata.
Così, la verità viene a galla timidamente, con domande abbastanza ampie e spaventate. Chi ama veramente Richard, e chi ama veramente Sarah? Insomma: ognuno amava le fantasie, il fantasma dietro la testa (non a caso qui scomodo Pirandello, orgoglio italiano che trattò temi simili) di ciascuno. Richard all’esterno assumeva l’identità di contabile, un lavoro alienante, ma stabile nei guadagni, e continuamente vantava che tutto stesse andando bene (e qui non posso non consigliare il brillante commento che American Psycho offre sulla cultura yankee). Sarah all’esterno risulta una casalinga esattamente come la si vuole al tempo: servizievole. Viene rimproverata quando non ha ancora preparato la cena, e così via dicendo.
Di solito non ti vesti così. Togliti la giacca.
Sarah a Richard, in una delle ultime battute
Mmmmh? Vuoi che mi cambi anch’io? Vuoi che mi metta i miei soliti vestiti? Mi cambierò per te, tesoro. Vuoi? Ti farebbe piacere?
Quando ormai tutte le menzogne sono crollate, Sarah richiama la normalità, un ritorno alla realtà che amava.
Ma mio marito capirà. Mio marito capisce. Venga qui. Venga qui giù.
Sempre Sarah, stessa scena di prima.
Le voglio dire una cosa. Pensi al mio matrimonio. A mio marito che mi adora.
Harold Pinter aveva intuito la condizione del ventesimo e ventunesimo secolo, e il futuro presto gli avrebbe dato ragione (è interessante notare che l’opera anticipi il 1968). Oggi parlare di maschere e falsità è sulla bocca di tutti, ma è sorprendente la delicatezza con cui il tema è affrontato qui.

“Io sono sempre stata qui!”
In “L’Amante”, c’è un continuo cambio di vestiti, di identità, e così anche l’opera può essere vista come meglio si crede. Gli occhi miei, un semplice ventenne del 21esimo secolo, sono profondamente diversi dal pubblico degli anni ’60, e così via. Dunque, non intendo vendere l’interpretazione definitiva, ma ho voluto intitolare questo paragrafo con quella che io reputo la frase chiave dell’intera opera. “Io sono sempre stata qui!” dice Sarah quando le viene chiesto dov’è andata con l’amante. Una frase apparentemente banale nasconde secondo me un grido d’aiuto: la condizione umana contemporanea consiste proprio nell’essere giocolieri di tante identità diverse, non saper trovare un proprio posto, e rimanere bloccati. Disperatamente definiti dall’esterno!
Sarah è sempre stata “qui”, ovvero l’appartamento. Ma l’appartamento è anche il palco, ma il palco è anche il suo ruolo nel tessuto della società. Entrambi i membri della coppia sono bloccati dalle aspettative dei ruoli che devono coprire, i doveri a cui devono piegarsi. Noi posteri, che abbiamo il privilegio di una visione d’insieme, possiamo ora inserire l’opera come un preludio dei movimenti del ’68. E oggigiorno il discorso è integrato non solo dall’alienazione per il lavoro e la critica alla famiglia nucleare, ma anche a questioni di etichette, stereotipi, sessualità, identità di genere (molto si potrebbe dire riguardo il “sentirsi rinchiusi” in un corpo assegnato).
Essere o fare l’attore
Tirando le somme: quest’opera mi ha ricordato perché amo il teatro. Sul palco, l’attore può liberarsi di tutti questi panni (spesso non richiesti, e lanciati da altri) per ritrovarsene dei nuovi, e attraverso questi però cercherà di presentare un personaggio quanto più autentico, o come vogliono certe scuole di pensiero, portare l’interpretazione personale e intima che si ha di quel personaggio, e quindi riassumendo, l’attore porta in realtà sé stesso. Nella storia, con i continui accenni al tema dell’identità, sembra quasi come se l’opera sia un meta-commento sull’esperienza teatrale in quanto tale, e quindi sono andato a cercare la risposta dentro me stesso, accettando l’invito.
La mia esperienza di teatro è stata breve ma indimenticabile, e la filosofia alla quale aderivo derivava dal “teatro povero” di Jerzy Grotowski: da lì ho imparato che la bellezza del teatro è proprio la comunità tutta attorno, le persone sono esse stesse la scenografia e bisogna trarre dalla loro anima, e da quel che si ha intorno, il necessario, senza ulteriori acquisti o budget esagerati.
Allora vedendo gli attori che recitano dei personaggi che recitano altri personaggi, e dunque anch’essi attori, ho iniziato a fantasticare sulle vite di questi attori, una coppia sposata. Quanto, in quei litigi, hanno portato loro stessi? E allora, così come il whisky inizialmente vuoto, il teatro ci dimostra quanto sia vivo, pulsante, ed estremamente reale, anche nelle sue assurdità.
Mi soffermo ancora sulla mia esperienza personale. Un ricordo a me molto caro è come, per la stesura delle scene, nella mia compagnia abbiamo preso tutte le produzioni e le chiacchierate tenute nei corsi precedenti e le abbiamo unite nella macedonia che era la produzione finale. Il prodotto è stato un veloce susseguirsi di scene di vita, tutte vere proprio perché tratte dai nostri sogni e i nostri desideri. Abbiamo tutti insieme lasciato un pezzo di noi in quella rappresentazione, così come presumo tutto lo staff dietro questa rappresentazione (e tutte le altre, in tutto il mondo, in tutti i tempi) abbia lasciato un pezzetto di sé come ricordo. E allora pensare al teatro mi fa pensare all’arte in toto, e mi viene in mente che tutte le opere nascono così, e lasciano ai fruitori qualcosa, quel qualcosa che poi si manifesterà nella vita in maniere impercettibili e imprevedibili. E allora pensare all’arte mi fa pensare alla vita, e mi ricordo perché amo essere vivo, pulsante.
Ricordarsi che “tutto il mondo è teatro” può avere, accanto alla visione cinica che tutto sia falso, la consapevolezza illuminante che si possano sempre cambiare le regole, scardinarci dai nostri limiti, e vivere: mutati, ma curiosamente mantenendo un atomo di noi che nonostante ogni evento ci mantiene unici individui. E così, Richard, nonostante tutto, ama Sarah in quanto è Sarah, e Sarah, nonostante tutto, ama Richard in quanto è Richard.